Contemplando le armature di illuminazione di Bec, sospese nel suo studio dall’atmosfera loft a Red Hook, quartiere di Brooklyn, si è indotti a credere che la semplicità sia cosa da poco. Eppure ogni singola vite fissa un angolo preciso, fondendo tutti i pezzi in una forma dalla precisione rigorosa. Se paragonassimo le sue opere ad una stella del cielo, la designer vi vedrebbe non tanto l’evidente bellezza, ma piuttosto una sorta di “gas indistinto ed incandescente”, un caos che sta cercando di riordinare, in un tentativo di cristallizzare le sue visioni.
Bec afferma che, come nella vita, nel design si tratta di stabilire ciò che conta veramente. Il miglior consiglio che abbia mai ricevuto dall’amico e collega designer Piet Houtenbos è di “scegliere una cosa e non mollare”. Spesso, però, questo è molto più facile a dirsi che a farsi.

Ansiosa di evadere il prima possibile da Washington, la sua rigida città natale, Bec si trasferisce a New York per studiare design industrial alla Parsons. Non proprio a suo agio con l’idea di dover produrre in serie pezzi destinati alla catena di montaggio, prosegue per la sua strada conseguendo la laurea in filosofia e successivamente frequentando l’Architectural Association School of Architecture di Londra. Dopo essere tornata nella metropoli della East Coast lavora per la rinomata designer Lindsey Adelman e scopre la sua passione per il metallo. In seguito riscuote un grande successo con la sua opera SHY Polyhedron, presentata presso la stimata galleria Matter di New York. Axial, il suo ultimo pezzo a forma di cubo, verrà esposto alla collezione autunno inverno 2012 di SCP alla Paris Maison & Object e sarà in mostra all’imminente London Design Festival.

Bec si è presa libera un assolato venerdì pomeriggio per portarci a spasso per il quartiere, mostrandoci i suoi luoghi d’ispirazione preferiti.

Perché ti piace lavorare con la luce?
Quando accendi una luce avviene una transizione magica. Non ottieni la stessa reazione lavorando con una sedia. Mi piace il “ta-da”, il momento di sorpresa.

La tua sfida più grande?
Fare cose inattese. Se osserviamo un lampadario, ad esempio, ci aspettiamo determinate cose, come un filo che scende. L’aspetto davvero interessante della combinazione di tecnologia ed illuminazione consiste nel modo in cui viene trasmessa l’elettricità. Non sto parlando di stravaganti spettacoli di luci, perché non credo siano quello che vogliamo alla fine. Preferisco molto di più utilizzare queste nuove tecnologie per creare qualcosa di bello, in grado di farci riflettere sulle piccole cose, ad esempio su dove provenga l’energia per alimentare la lampada, visto che non vediamo nessun filo.

Sei il tipo di persona che potrebbe trascorrere ore ossessionandosi su una cosa?
Posso fissarmi a osservare la testa di una vite in un modo che non credo sia utile né a me né alla comprensione del design. Quindi mi lascio andare liberamente. Avendo vissuto i miei vent’anni con grande serietà, pensando che tutto dovesse avere uno scopo e una funzione, credo di aver bisogno di concentrarmi di più sulla creazione di qualcosa di bello. Potrebbe suonare un po’ forzato ma ho capito che anche quando realizzo qualcosa di meraviglioso, ci sarà sempre una riflessione di fondo. Amo lavorare con la luce, perché è come una scultura con dietro tutta una base tecnologica che mi consente di sbizzarrirmi e utilizzare entrambi i lati del mio cervello.

Ti ritrovi divisa dall’antitesi “funzionalità-bellezza”?
Se prendiamo le stelle non sono belle solo per il gusto di esserlo. Le stelle sono sfere di gas governate da leggi e ragioni d’essere, ed è solo un caso che le troviamo incantevoli. Come designer devo sempre ricordare che gran parte delle persone probabilmente vede solo la stella, mentre io vedo il gas indistinto ed incandescente e cerco di capirne il senso.

Come decidi quale sarà il prossimo progetto a cui vuoi lavorare?
Dunque, un paio di anni fa ho preso nota di tutti i progetti che volevo fare perché ero preoccupata di non aver tempo a sufficienza per realizzarli tutti. Una delle idee nella lista era “cristalli”. Quando un mio amico, Piet Houtenbos, l’ha vista mi ha detto “scegline solo una, cristalli, ad esempio. Potresti lavorarci per dieci anni”. E, tutto a un tratto, ho capito che aveva assolutamente ragione.

In quale modo i cristalli si collegano al tuo design di illuminazione?
Hanno delle forme meravigliose, riducibili alla pura geometria. Osservandoli in gruppi appaiono molto complessi, ma studiando il processo di cristallizzazione la loro struttura è chiara e il modo in cui si formano è molto semplice. L’aspetto complicato consiste nella loro proliferazione. Mi affascina il fatto che crescano pur essendo inorganici. I cristalli rappresentano per me una fonte inesauribile d’ispirazione.

A cosa stai lavorando in questo momento?
Ho iniziato a mettere insieme un modello per un nuovo pezzo utilizzando il tessuto dei paracadute. Vedere i test dei paracadute in un documentario sul Mars Rover mi ha davvero ispirata. Quindi mi sono detta, perché non realizzare qualcosa con queste forme setose, matematiche e precise allo stesso tempo? A volte ho la sensazione di essere “troppo architettonica”, mentre la mia parte femminile mi vorrebbe un po’ più “soft”.

Bec, ti ringraziamo per l’intervista. E ora passiamo ad una serie di domande botta e risposta. Ti va?
Certo

Qualcosa che ti piacerebbe fare ma ti spaventa?
Immersioni

Whiskey o vino?
Entrambi

Pigiama o camicia da notte?
Nessuno dei due

Cosa volevi diventare quand’eri una bambina?
Madonna

Qual è il tuo pianeta preferito?
Mi dispiace molto per Plutone in questo momento, visto che non è più un pianeta ma solo una roccia che gira.
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